Perché oggi c’è il sole? Perché le stelle stanno in cielo? Perché le foglie sono verdi?
I bambini interrogano continuamente e insistentemente l’adulto: l’incontro con ogni nuova realtà suscita in loro curiosità, desiderio di conoscere. È proprio questa curiosità, presente anche in alcuni adulti, la base della creatività.
Il termine creatività deriva da creare, in sanscrito KAR- generare, dare origine, produrre. È interessante come, la radice indoeuropea AR- significhi mettere insieme diversi punti anche differenti: la creatività, infatti, integra diversi elementi.
Se scomposta, infatti, la parola diventa creati-vita.
Nonostante sia spesso associata all’arte, l’essere creativo si sviluppa anche in altri ambiti. Basti pensare ad un cuoco che inventa una nuova ricetta, una persona che arreda la propria casa; persino un logico-matematico può essere creativo nella formulazione di una nuova ipotesi.
La creatività non ha età, ci chiama tutti, bambini, adulti e anziani, nessuno escluso.
Sebbene la creatività possa sembrare immediata, in realtà è un processo vitale lungo e lento.
Ci capita frequentemente di cercare insistentemente di risolvere un problema o una domanda. Ci informiamo, studiamo in maniera approfondita un argomento sotto diversi punti di vista senza riuscire però a trovare una soluzione finale. Ad un tratto, dopo innumerevoli tentativi ci arrendiamo e ci dedichiamo ad altro. Successivamente, in un momento inaspettato della giornata, mentre corriamo oppure appena ci svegliamo, ecco, improvvisamente, la soluzione balenarci davanti agli occhi.
La domanda che scaturisce è la seguente:” Com’ è stato possibile?”
Questo è il processo della creatività
Nasce dall’interesse, dalla curiosità di cercare una soluzione ad un problema. Questo conduce l’individuo a raccogliere la più vasta gamma di informazioni possibili e a sforzarsi di unire i diversi elementi acquisiti. Siamo di fronte al primo stadio: la preparazione.
La preparazione lenta, faticosa, frustrante. Richiede passione, amore nella costanza che porta a resistere. Thomas Edison afferma “Il genio sta in colui che tiene duro”.
Ad un certo punto, in preda allo sconforto vediamo come unica possibilità la resa. Entriamo nella cosiddetta fase dell’incubazione dove subentra l’inconscio, che, silenziosamente attinge da un repertorio molto più vasto di informazioni rispetto a quanto coscientemente consideriamo.
Ben lontani dal pensiero di farcela, inizia a fantasticare, entrate nella terza fase. È proprio in questi momenti che avviene l’integrazione fra parti differenti, dalle quale emerge, come un lampo a ciel sereno, l’intuizione o più comunemente denominata insight: la soluzione al nostro problema la risposta alla nostra domanda.
Gli insegnati per eccellenza della creatività sono i bambini. Il loro sguardo infatti è ingenuo, nuovo alla vita. Il mondo rappresenta una novità per il bambino, una scoperta. È proprio questo che conduce il piccolo ad interrogarsi e interrogare continuamente sé stesso e gli altri. I bambini osano domandare l’ovvio, apparentemente scontato e banale, ma che in realtà non lo è.
La creatività del bambino è priva di preconcetti, lontana dall’autocensura che si costruisce durante la crescita. Infatti, uno dei killer della creatività 1 è per l’appunto il giudizio. Continue critiche sulle opere e sull’agito del bambino comportano una bassa autostima, scarso senso di autoefficacia e bloccano la nascente creatività.
Parole come “ma che bravo, sei stato bravissimo” creano nel bambino delle aspettative impegnative da sostenere e non gli parlano delle sue reali competenze. Il piccolo è gratificato dall’adulto, soddisfatto che l’altro sia contento di lui, divenendone in parte dipendente: può insorgere la necessità di continue conferme da parte dell’altro e il timore di non essere all’altezza delle sue aspettative. L’attenzione e l’emotività del bambino sono dunque indirizzate all’adulto e non alla competenza appena acquisita oppure al piacere dell’esperienza.
Basarsi sulla realtà e restituire qualcosa di vero, di autentico, favorisce il senso dell’autoefficacia
Ad esempio, Sara, una bambina di quattro anni porta il suo disegno all’adulto, un disegno tutto colorato senza però avere forme precise e definite come ci saremmo aspettati. Potremmo: guardare l’emozione della bambina, è felice? Le piace la sua opera? Se la risposta è affermativa, restituirle delle parole oggettive “Caspita quanti colori che hai usato!”. Questo atteggiamento consente di rispecchiare e amplificare qualcosa che già lei sente e vive e permette al contempo di essere autentici con il bambino, degni della sua fiducia.
Sarebbe fondamentale che al centro delle azioni compiute dal bambino ci sia una dimensione di piacere e gioia: dipingere per puro divertimento. Spesso, è proprio questa disinvoltura che lo induce ripetere l’azione, accresce il suo interesse e favorisce così lo sviluppo di competenze in quel determinato ambito.
Per questo è fondamentale il tempo. Un tempo fertile di fiducia e di rispetto del bambino. Seguire il suo interesse senza insistere o pretendere. Se volete accrescere una passione nel bambino, non insistete. Il tempo in cui il bambino si sperimenta, in cui gioca a “casaccio” è un tempo prezioso e speciale. Non è tempo vuoto, non è perdita di tempo, è l’inizio del processo creativo.
La creatività si nutre di immaginazione, necessita di pochi materiali semplici come oggetti quotidiani e materiali da riciclo all’interno di spazi poco strutturati. Sta all’individuo capire come modificarli, utilizzarli, assemblarli.
È un tempo di fiducia dal genitore verso il figlio, sappiamo che qualcosa emergerà. In questo, l’adulto, in particolare i genitori possono avere un ruolo attivo nell’osservare attentamente il bambino, per poter cogliere nel momento opportuno la domanda giusta oppure un interesse. Sostenere il bambino in questo processo significa credere nelle sue potenzialità.
È all’interno della relazione con il caregiver, infatti, che origina lo spazio creativo: la presenza di una base sicura e la fiducia dell’adulto, permettono al bambino di sperimentarsi, di scoprire altro da sé, di provare e di riuscire, oppure di provare e fallire. Al contrario, la mancanza di una relazione sicura lo conduce a chiudersi, non c’è spazio alla novità, all’imprevisto.
Un esempio concreto è Leah, madre che incoraggia e sostiene il sogno del suo bambino: creare video horror. Il sostegno e l’aiuto della madre nella realizzazione delle scene, nel recupero dei materiali, hanno permesso al bambino di addentrarsi in questo spazio creativo senza timore, sperimentare le proprie capacità e di diventare, una volta adulto, uno dei più meritevoli registi e sceneggiatori americani odierni Steven Allan Spielberg.
Alimentare la creatività si discosta dall’idea di giusta e sbagliato ma lascia lo spazio per sperimentarsi. Nemmeno noi professionisti siamo esenti dal cadere nel tranello del “ciò che è giusto”. Quante volte nei progetti di psicomotricità nelle scuole mi viene spontaneo dire” No! Bisogna sedersi dentro il cerchio, non lanciarlo.” Poi penso, ma chi lo dice che quell’oggetto non si può utilizzare in modo diverso? Dare spazio per usare il cerchio in modalità differenti mi ha permesso di osservare come all’interno di questi spazi “vuoti” il bambino impari a essere creativo.
Crescere bambini creativi nei vari ambiti, significa renderli consapevoli della loro unicità e delle loro potenzialità, della luce che hanno dentro e di come questa può essere messa a servizio del gruppo e della comunità.
Crescere bambini creativi significa anche insegnarli a pensare differente e anche in contesti difficili, poveri, con la presenza di soli pochi strumenti riuscire a ideare possibili soluzioni differenti per far fronte ad un problema o ad un bisogno.
Spero che questo articolo, più che informare, abbia aperto in voi uno spazio di riflessione e di domande sull’importanza della creatività nella crescita dei propri figli e cosa essa comporta.


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